Cancellata la gratuità delle visite ginecologiche per adolescenti nei consultori pubblici

In Lombardia dal 1 aprile le prestazioni gratuite nei consultori lombardi saranno ridotte. Saranno infatti a pagamento le visite ginecologiche per le ragazze negli spazi giovani, così come le visite post partum e quelle post interruzione di gravidanza. Con una delibera del gennaio scorso la giunta ha revocato un provvedimento del 2012 e modificato così il tariffario dei consultori. E’ stata così cancellata la gratuità per alcune prestazioni erogate in servizi di prevenzione sperimentali, quali le visite ginecologiche per le ragazze e quelle post partum e post interruzione di gravidanza.

Il provvedimento, di fatto, disincentiva l’accesso ai consultori per le ragazze, sopratutto le adolescenti, le più fragili e le straniere, che sono la maggioranza delle utenti, mettendone a rischio la salute sessuale e non favorisce percorsi di maternità consapevole. L’obiettivo della Regione sembra essere quello di smantellare i consultori pubblici, come conferma il fatto che le visite post partum e post interruzione di gravidanza restano gratuite negli ospedali. Purtroppo si conferma il fatto che Regione Lombardia ha voluto trasformare i consultori in generici centri per la famiglia e ha deciso di disinvestire in quella che è la loro funzione originaria prioritaria, la prevenzione e la tutela della salute della donna.

Con agli altri colleghi del Pd, presenterò una mozione urgente per chiedere che la gratuità delle prestazioni nei consultori sia ripristinata.

La giunta renda noti i numeri della presenza femminile negli enti locali e nelle partecipate

l quadro generale della presenza delle donne nelle istituzioni lombarde non è chiaro Per questo la vicepresidente del Consiglio regionale, Sara Valmaggi, insieme alle altre consigliere di Centro sinistra e ai capigruppi di Pd e e Patto civico, con un ‘interrogazione, ha chiesto alla giunta di rendere noti i dati relativi alla presenza femminile nei consigli e nelle giunte degli enti locali e negli organismi direttivi delle società partecipate.

La legge 56/2014 impone che nelle giunte comunali le donne siano almeno il 40%. Nonostante questo uno studio promosso dall’Anci indica che su 1523 sindaci in Lombardia solo il 17,3% sono donne. “La nostra regione- sottolinea Valmaggi- è sesta nella graduatoria nazionale e scende al decimo se si considerano anche i vicesindaci, che sono di genere femminile solo per il 27,7%. La presenza delle donne è si in crescita, sono il 41,8% di tutti gli assessori comunali lombardi e il 30,4% del totale dei consiglieri ma molte realtà non rispettano ancora il dettato normativo”.

Va un po’ meglio nelle società partecipate, grazie alla legge regionale 30/2016, che ha modificato i criteri di nomina, recepito la normativa nazionale (la 120 /2011) e imposto che un terzo del totale delle nomine effettuate siano al femminile, così come un terzo dei componenti nei consigli d’amministrazione. Eupolis Lombardia in un recente focus ha stimato che le donne sono poco più di un terzo (27 su 77 ). La percentuale più alta si registra nella carica di sindaco supplente (42,8%) quella più bassa (l’11,1%) in quella di presidente di cda.

Il quadro- commenta Valmaggi- per quanto più positivo che negli anni passati, certamente anche grazie agli interventi legislativi mirati, non è confortante. E’ dunque essenziale che la Regione, anche per rispondere al decreto legislativo 175/2016, disponga il monitoraggio della presenza delle donne nelle istituzioni e nelle partecipate e ne renda noti gli esiti”.

A proposito della chiusura degli ambulatori di Trezzo ssull’Adda

Nella zona Adda Martesana fino a Melegnano, la riforma sanitaria voluta da Maroni porta alla chiusura o riduzione di 9 poliambulatori su 14, tra cui quello di Trezzo sull’Adda.Il 4 febbraio il Pd di Trezzo ha organizzato un incontro pubblico per parlare ai cittadini della riforma sanitaria e della riorganizzazione della ex ASL, a cui ho partecipato insieme al collega Carlo Borghetti, per capire come salvare la struttura sanitaria. In seguito sono stati organizzati due colloqui anche con il sindaco, per capire come collaborare: l’ idea è quella di cercare di mantenere tutti i servizi attuali in città, ponendo l’accento su fisioterapia, ortodonzia e prelievi, facendo leva sui buoni dati di affluenza e prenotazioni.

Dato che al Comune servono spazi per gli uffici sociali comunali il Pd di Trezzo ha, inoltre, proposto di destinare la palazzina ex Asl, al momento utilizzata solo per metà, sia ai servizi sanitari che a quelli sociali, creando una “Casa della Salute”. Nella stessa struttura andrebbero nella parte superiore gli uffici dei servizi sociali e aziende e ai piani inferiori ambulatori, veterinaria e sanità. Nello spazio del SERT invece si potrebbero mettere insieme i medici di famiglia.

Il sindaco sostiene di condividire il progetto ma non risulta che i consiglieri regionali di suo riferimento si siano mossi. Fonti sindacali sostengono che stanno iniziando a mancare forniture mediche al Poliambulatorio tali da non garantire i servizi nel medio periodo, chiaro segno di accelerazione imminente dei tagli annunciati. Il Pd di Trezzo proporrà un ordine del giorno al consiglio comunale per portare avanti le proposte.

Da parte mia auspico che la Regione e la ASST Adda Martesana-Melegnano vogliano almeno salvare a Trezzo il Punto prelievi e i Servizi di fisioterapia, che sono i più utili, soprattutto agli anziani, che fanno fatica a spostarsi in modo autonomo,trovando le necessarie sinergie con i servizi erogati dal nuovo Polo ospedaliero territoriale di Vaprio D’Adda.

Fattore famiglia- Una legge che sostiene la famiglia solo nel titolo

Nessuna discussione in Commissione sanità, nonostante il tema fosse chiaramente di competenza. Un confronto limitato alla Commissione bilancio, come se si stesse trattando di un mero problema finanziario. Il provvedimento sul cosiddetto fattore famiglia è stata un’occasione persa di confronto, che sarebbe stata tanto più necessaria per meglio comprendere un tema molto più complesso di come la maggioranza ha voluto raccontarlo.

Un provvediemnto insignificante, il cui rischio sta tutto nella norma finanziaria; non ci saranno fondi aggiuntivi e probabilmente si sposteranno risorse all’interno del capitolo politiche sociali, togliendo a qualcuno per dare ad altri e impegnando parte delle esigue risorse per le spese di gestione e di organizzazione. La maggioranza, in realtà puntava solo a erigersi a paladina di una famiglia ideale,in realtà inesistente. De Corato in aula ha scherzato sull’uso del termine “famiglie”, ostinandosi a non vedere che non esiste una sola famiglia e tanto meno esiste la più volte citata “tipica famiglia lombarda” La realtà è diversificata, come ha sottolineato anche una ricerca di Eupolis. Le famiglie sono più piccole e diverse: ci sono vedovi, genitori single perchè separati e madri sole.

La ricerca di Eupolis ha messo in evidenza che solo cinque nuclei su 10 hanno figli, il 34% non ne ha, il 12, 8 % è monogenitoriale, mentre le famiglie numerose sono solo il 4,7 % e solo il 3,8 % sono famiglie aggregate.

Un quadro complesso che richiede interventi mirati. Grazie a un nostro emendamento è stata prestata attenzione alle famiglie monogenitoriali, in origine ignorate, nuclei per definizione esposti alla caduta in povertà e all’esclusione sociale. Fatto evidente come hanno ammesso sia Eupolis che, con grande saggezza, l’ Associazione famiglie numerose, che aveva chiesto, già nelle audizioni in commissione, interventi dedicati.

Nel complesso dunque un provvedimento inadeguato, approvato in fretta , con un chiaro obiettivo elettoralistico.Una norma che non considera le fragilità vere delle famiglie lombarde e che mettendo le une contro le altre famiglie diverse, italiane e straniere, ottiene l’unico risultato di non sostenere davvero nessuno.

Li aspettermo al varco per verificare che le risorse previste siano effettivamente utilizzate per quello che è stato promesso.