Maroni rispetti le regole sulla comunicazione in campagna elettorale e lasci la gestione di palazzo Pirelli al Consiglio

Rispetto delle regole di comunicazione istituzionale nel periodo elettorale. Questa la sollecitazione rivolta al presidente Maroni in una lettera che ho inviato oggi, a seguito della convocazione della conferenza stampa tenutasi questa mattina a palazzo Pirelli, convocata dal presidente stesso e tenuta dagli assessori Parolini e Terzi.

Nella lettera ho ribadito, inoltre, la necessità di risolvere la questione relativa alla gestione delle sale del Pirellone, il cui uso ad oggi è totalmente libero per la giunta e sottoposto invece a regole stringenti per i gruppi consiliari.

A tale proposito- ho concluso- sono quindi a sollecitare, anche al fine di evitare spiacevoli inconvenienti di percorso, una decisione definitiva nel merito, che assegni al Consiglio regionale l’utilizzo e l’organizzazione in forma esclusiva degli spazi di palazzo Pirelli.

Sanità – La semplificazione in grave ritardo

semplificazionefotoSono 178 milioni le prestazioni sanitarie ambulatoriali, tra visite ed esami, erogate in un anno dal sistema sanitario regionale lombardo, di cui il 41,5% nelle strutture private accreditate. Solo 3.576.280 sono prenotate tramite il call-center della Regione, 56.601 tramite internet (compresa l’app Salutile, attiva solo per gli ospedali milanesi) e 146.015 effettuate direttamente in farmacia. È quanto si evince dalla relazione annuale sulla semplificazione della Regione, discussa e approvata nei giorni scorsi anche in Commissione sanità.

La gestione delle prenotazioni, così come il fascicolo sanitario e la ricetta farmaceutica elettronica sono portati a esempio di semplificazione a vantaggio del cittadino. In realtà i dati non sono affatto lusinghieri. La Lombardia, come abbiamo già denunciato in diverse occasioni, è molto in ritardo su questo fronte. Il primo dato eclatante è che tutte le prestazioni effettuate nel privato convenzionato sono escluse dai sistemi di prenotazione più comodi ma anche sul fronte del pubblico la realtà è deludente. Di fatto gli utenti ancora oggi sono costretti a recarsi di persona o a telefonare nelle diverse strutture per prenotare una visita o un esame. E se questo, secondo la giunta regionale, è l’esempio di semplificazione a vantaggio del cittadino, figuriamoci il resto.

Anche sul fascicolo elettronico il terreno da recuperare è molto: su 28.476.869 di referti caricati nei 5.834.089 fascicoli elettronici compilati, solo 10.046.653 sono stati consultati dal medico di famiglia o dal paziente stesso nel 2015. Ciò significa che la gran parte dei referti viene ancora portata a mano dai pazienti a medici di famiglia e specialisti.

Sulla ricetta farmaceutica dematerializzata la Lombardia ha recuperato il gap iniziale (erano solo il 2% a gennaio 2015) e a dicembre ha raggiunto il 70% delle ricette emesse. Tuttavia i dati Promofarma, la società che monitora l’andamento della ricetta elettronica in tutta Italia, vedono la Lombardia ancora al dodicesimo posto in Italia dopo Veneto (88,5%) Campania (87,7%), Sicilia (87, 3%) e Piemonte (81,2%) e questo solo per citarne alcune. Ancora al palo è, invece, la ricetta dematerializzata per le prestazioni ambulatoriali, ferma al 4%.

Intanto, dall’entrata in funzione, 14 anni fa, della carta sanitaria regionale, la spesa per l’informatica sanitaria in Lombardia è arrivata a 2,1 miliardi di euro. Verificare il rapporto tra risorse impegnate e benefici reali per i cittadini sarebbe doveroso.

Centri di senologia – Attenzione ai tempi d’attesa e all’efficacia degli screening

senologiafotoA seguito dell’audizione dell’allora direttore generale dell’assessorato alla Sanità, Bergamaschi, richiesta dai gruppi di Centro sinistra e di numerose sollecitazioni bipartisan, la Giunta, venerdì scorso, ha approvato la delibera in cui vengono stabilite le carratteristiche necessarie ai centri di senologia o Breast Unit per la prevenzione e la cura dei tumori al seno. Fondamentale sarà vigilare che nei centri riconosciuti il rapporto tra il numero delle prestazioni erogate e i tempi di attesa sia bilanciato. Infatti dovrà essere mantenuto un corretto equilibrio tra il numero delle prestazioni erogate e la garanzia di tempestività dell’intervento chirurgico. Il rischio infatti è che le donne, in questo particolare stato di fragilità, ricorrano più spesso al pagamento delle prestazioni in regime di solvenza. Gli unici dati forniti rilevano che nella più importante delle strutture pubbliche milanesi il livello di ricorso al regime di solvenza causato dai tempi di attesa troppo lunghi è alto.

Altro tema da non sottovalutare è quello dello screening. I dati della Regione sui livelli di adesione sono ancora disomogenei sui diversi territori. Necessario perciò tutelare le attività e prendere in considerazione la possibilità di abbassare l’età di accesso, come fatto da altre Regioni, perché in linea con l’incidenza della malattia che, purtroppo, riguarda sempre più spesso donne con meno di 50 anni. Ricordiamo che in Emilia Romagna lo screening è proposto a partire dai 45 anni.

Si garantisca l’applicazione della legge 194 anche alle cittadine straniere

fotoabortoCure mediche non garantite e difficile accesso all’interruzione volontaria di gravidanza per le donne neo comunitarie, originarie di Romania e Bulgaria, e per le extracomunitarie. Questa la denuncia che abbiamo voluto lanciare con un’interpellanza presentata in Consiglio regionale nei giorni scorsi. La Lombardia non ha recepito in toto la normativa nazionale: non ha assegnato, come hanno già fatto altri regioni quali Veneto, Toscana e Liguria, un codice (ENI, Europei non iscritti) per i neocomunitari romeni e bulgari che permette loro di avere accesso ai servizi sanitari anche se non sono in possesso della tessera sanitaria perché nei loro paesi le condizioni sono di totale caos. Così come non ha chiarito le procedure di assegnazione del codice Stp (straniero temporaneamente presente) per i cittadini extracomunitari. Il risultato è che a questi cittadini è garantito solo l’accesso al Pronto soccorso; per le cure e le patologie non di emergenza ogni struttura segue procedure proprie.

In queste condizioni in particolare molte donne che decidono di ricorrere all’aborto, non potendo contare sul servizio sanitario nazionale, sono costrette ad accedervi pagando cifre che vanno dai 600 ai 900 euro.  Spesso questo le porta a ricorrere ad aborti chirurgici clandestini, oppure all’utilizzo di farmaci senza assistenza medica, con grave rischio per la salute e la vita.

La condizione è drammatica. Chiediamo alla Regione di allineare le procedure di rilascio dei codici necessari ad avere accesso alle cure a quelle delle altre regioni e di garantire che i Consultori familiari e le strutture sanitarie diano assistenza gratuita a tutte le donne neocomunitarie e straniere in gravidanza e offrano tutti i servizi previsti dalla legge 194.